Giuseppe Barbara: giovani, missione di vita!
Peppe Barbara, un uomo in missione per la palla a spicchi, un camaleonte passato dopo tanti anni di lavoro all'oratorio salesiano di Trapani (2 finali nazionali, 30 circa in totale, 2 volte allenatore dell'anno categoria allievi e juniores giovanili) allo staff storico dell'Olimpia Milano di Dan Peterson (Pittis, Governa, Baldi, Del Buono sono giocatori allenati in quel periodo). Da Milano a Mestre (Pilutti, Coldebella, Ancillotto), poi Verona (Nobile, Moretti, Frosini) e da Verona a Brescia fino a Casalpusterlengo dove per ben 5 anni allena Aradori, astro nascente della pallacanestro italiana fino a Danilo Gallinari (allenato insieme ad altri allenatori che hanno contribuito alla sua esplosione). Sono decine i giovani allenati da Barbara convocati nelle nazionali giovanili, molti di questi anche in Nazionale A.
Un uomo che ha fatto del settore giovanile un motivo di vita professionale, una Nazionale che tocca il punto più basso della sua storia, il momento propizio per impostare un discorso nuovo giovanile?
La Nazionale e le nazionali giovanili prendono quello che il movimento offre. Attribuire loro colpe o responsabilità specifiche è assurdo. In Italia poche sono le isole felici di pallacanestro giovanile (Siena, Reggio Emilia, Bologna, Treviso) e rari sono i tecnici che pensano al bene dei ragazzi e della Nazionale. Con il tempo ho imparato che la tattica può farti vincere qualche partita mentre la tecnica rimane per tutta la vita e costruisce giocatori di alto livello. Aimè, le nuove generazioni di tecnici scimmiottano i coaches di serie A senza capire il loro ruolo nella costruzione di giocatori. Impostare un nuovo discorso è possibile. Cosa fare? Ritornare al passato quando la gestione di talenti era affidata a specialisti, quando si dava grande importanza alla preparazione fisica in vista delle competizioni internazionali e soprattutto quando si RECLUTAVA (per strada, nelle scuole, nelle palestre, nei quartieri, sulle spiagge, ecc..). Oggi pochi reclutano dando spazio ad altre discipline che si accaparrano prospetti interessanti.
Da Pittis a Gallinari, quali sono le differenze nell’approccio dei giovani all’allenamento e al sacrificio con il passare degli anni, e come è cambiato il modo di allenare i giovani?
Qualche anno fa, la competizione era solo con il calcio. Oggi è più ampia e riguarda le tante discipline sportive esistenti e perchè no, l'evoluzione o involuzione (dipende dai punti di vista) della vita. Non basta più dare un pallone e un sogno ai giovani che alleniamo, ma bisogna fare di più: conoscere le problematiche legate alla loro età. Questo sicuramente permette al ragazzo di capire che tu stai dalla sua parte. Con Pittis, Gallinari e Aradori l'aspetto psicologico era l'ultimo dei miei problemi: partiva quasi sempre da loro la richiesta di allenarsi.
Vivai importanti in Italia, lei spesso ha citato piazze come Siena, Reggio Emilia, Bologna, Teramo e la sua Trapani, l’impressione è però che, forse ad eccezione di Treviso, Reggio Emilia e nulla più, la possibile continuità con il vivaio si ferma in A Dilettanti, come mai?
Questo non è vero. Le Serie A Dil., B Dil. e C Regionali sono piene di Argentini e di giocatori Italiani in avanti con l'età. A parte qualcuno questo è il quadro. C'è invece un piccolo ritorno ai progetti giovanili e insieme a questo all'organizzazione di una foresteria dove ospitare atleti interessanti (vedi Virtus Bologna). Le serie minori, per convinzione e per problematiche economiche dovrebbero puntare sui giovani e i loro campionati dovrebbero servire per prepararli per un palcoscenico più importante. Qualche anno fa avveniva questo. Oltretutto la storia dice che i più grandi giocatori italiani di pallacanestro provengono dalle serie e dai club minori. Le grandi società li reclutavano in età allievi-cadetti per completarne la formazione.
Il domani, guardando un po’ il panorama nazionale e le nuove leve, come si presenta il futuro della pallacanestro?
Il domani non è nero, direi però grigio. Credo che ci sia il materiale umano per tornare ad essere protagonisti in Europa. Ciò che manca è una chiara definizione degli obiettivi e una programmazione che porti gradualmente i migliori talenti italiani ad esplodere anzichè rischiare di sparire.
Chiosa finale per un ragionamento a prescindere, Peppe Barbara è ed è stato professionista dal background che parla solo, risultati ottenuti in palestra come allenatore, uomo capace di mettere le fondamenta a cestisti che ora occupano palcoscenici quali la seria A o addirittura l’NBA. Se la Nazionale cerca di recuperare credibilità, e se la credibilità è figlia di una progettazione seria, uomini del genere potrebbero essere gli architetti giusti alla costruzione di un rinascimento cestistico italiano.
Raffaele Baldini
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